Per troppo tempo il tema della sicurezza è stato lasciato alla destra, che ne ha fatto una bandiera identitaria e spesso emotiva. La sinistra, invece, ha faticato a costruire una propria visione, quasi temendo di affrontare una questione che riguarda il cuore stesso della democrazia. Ma la sicurezza non può essere soltanto repressione, emergenza o propaganda. È una domanda sociale profonda. E soprattutto è una domanda di libertà.
È questo il centro della riflessione proposta da Franco Gabrielli e Carlo Bonini nel libro “Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica”: la necessità di sottrarre la sicurezza alla cultura dell’allarme permanente e restituirla a una visione democratica, capace di tenere insieme diritti, legalità e coesione sociale.
È stato ricordato l’arrivo di Gabrielli in città il 7 aprile 2009, appena nominato prefetto il giorno precedente. Un passaggio che ha suscitato emozione nella sala e restituito il senso di una sicurezza fatta innanzitutto di presenza, responsabilità e vicinanza concreta alle persone.
Gabrielli ha sottolineato come oggi la paura non sia più soltanto una reazione a un fatto reale. È diventata un clima costante, una narrazione permanente, alimentata da un racconto pubblico che spesso trasforma l’insicurezza in uno strumento politico. Il rischio è evidente: quando la paura diventa la grammatica del dibattito pubblico, la democrazia si restringe. Perché in nome dell’emergenza si accettano più facilmente limitazioni delle libertà, risposte immediate e semplificazioni di problemi complessi.
La senatrice Valeria Valente ha ricordato come, nel dibattito politico italiano, la sicurezza venga spesso ridotta a decreti e provvedimenti emergenziali. “Ma basta questo?” è stata la domanda posta al centro del confronto. Valente ha criticato l’illusione che la sola risposta repressiva possa affrontare problemi molto più profondi. Dal blocco navale ai centri in Albania fino ai decreti sicurezza, il rischio è quello di costruire soprattutto strumenti simbolici, senza affrontare le vere fragilità del Paese: organici insufficienti, difficoltà delle forze dell’ordine, gestione dei minori non accompagnati, integrazione e sostegno agli enti locali spesso lasciati soli.
Nel dibattito è intervenuto anche il magistrato Fabio Picuti, che ha richiamato il rapporto stretto tra sicurezza e giustizia. Una sicurezza democratica, ha osservato, non può esistere senza un sistema giudiziario credibile, efficiente ed equo. Quando la giustizia è lenta o percepita come distante, cresce la sfiducia nelle istituzioni e si alimenta un senso diffuso di insicurezza. Per Picuti la legalità non è soltanto applicazione della norma, ma garanzia concreta dei diritti e della convivenza civile.
Durante il confronto è emersa anche la responsabilità del linguaggio pubblico. Padre Luigi Epicoco ha richiamato il peso delle parole quando si parla di migrazioni, marginalità e disagio sociale. Perché le parole non descrivono soltanto la realtà: la costruiscono. E quando tutto viene raccontato come invasione, emergenza o minaccia, il rischio è produrre distanza e paura. Un discorso intenso e profondo sulla solitudine e sullo spaesamento del nostro tempo.
Particolarmente forte il richiamo fatto dall’onorevole Stefania Pezzopane alle parole di Papa Leone XIV: “Sono figlio di persone migranti, a mia volta emigrato. Per questo chiedo che la giustizia rispetti sempre la dignità di ogni persona”. Un messaggio che ha riportato il confronto al cuore della questione: non può esistere sicurezza democratica senza integrazione e senza il riconoscimento della dignità umana.
E poi ci sono le fragilità concrete. Le donne che non si sentono sicure nello spazio pubblico e spesso nemmeno dentro casa. I giovani che vivono l’incertezza come una condizione permanente. Una generazione che il Censis descrive come impaurita, stretta tra precarietà, pressione sociale e assenza di prospettive.
Qui la sicurezza smette di essere una categoria astratta e torna a essere ciò che dovrebbe sempre essere: qualità della vita democratica.
Perché una società è davvero sicura non quando alimenta la paura, ma quando riduce le fragilità. Quando costruisce fiducia invece di divisione. Quando protegge senza umiliare.
La domanda finale, allora, è inevitabile: che cosa diventiamo come società quando lasciamo che sia la paura a decidere per noi?
La risposta proposta da Gabrielli è tanto semplice quanto necessaria: una democrazia è forte non quando elimina ogni paura — cosa impossibile — ma quando impedisce che la paura diventi il criterio con cui scegliamo chi proteggere, chi escludere e quali libertà sacrificare.“
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