Nel dopoguerra ci furono manifestazioni delle organizzazioni sindacali e degli agricoltori affinché l’area tornasse nella disponibilità dei Comuni di Pratola, Prezza e Sulmona. Nel corso degli anni tante furono le iniziative per ottenere la smilitarizzazione di Monte San Cosimo: marce, petizioni popolari, sit-in, interrogazioni parlamentari. Nel 2006 venne costituito un apposito comitato, “Cittadini della Valle Futura”, che raccolse 5.000 firme. Ma si mossero anche le istituzioni: 17 Comuni del comprensorio peligno adottarono un’identica delibera per la riconversione civile dell’area e anche il Consiglio regionale votò una risoluzione che faceva propria la richiesta dei Comuni.
I governi che si sono succeduti hanno sempre minimizzato l’importanza del deposito militare, che più volte è finito all’attenzione nazionale, come nel 1986 quando il regime di Gheddafi minacciò esplicitamente di colpirlo. O nel 1990 quando fu individuato come possibile sito per lo stoccaggio delle scorie radioattive. Negli anni ’80 furono effettuati lavori di potenziamento che portarono al raddoppio delle servitù militari nella fascia esterna, da 100 a 200 metri.
Nel 2003, rispondendo ad una interrogazione parlamentare presentata dal deputato dei Verdi Marco Lion, il Ministero della Difesa scriveva: “Al riguardo si sottolinea che tale struttura non custodisce armi di alcun genere, ma esclusivamente munizionamento di guerra e di addestramento di tipo convenzionale, tanto meno detiene alcun manufatto o artifizio contenente elementi radioattivi, bensì quantitativi limitati di cariche esplosive. In merito alla vigilanza, essa è affidata ad una agenzia privata che ha posto in essere tutti gli elementi di sorveglianza tali da garantire un’adeguata sicurezza alla struttura”. Analoghe risposte furono date alle interrogazioni parlamentari di Gianni Melilla di Sinistra Ecologia e Libertà e di Paola Pelino di Forza Italia.
Ma davvero nel deposito non vi sono “armi di alcun genere” ma solo “quantitativi limitati di cariche esplosive”? Se così fosse vi sarebbero ancora più ragioni per la sua smilitarizzazione – osserva il Coordinamento Disarmare la pace Disertare la guerra –. Se questo è il suo utilizzo perché impegnare un’area così grande? Il deposito può essere dislocato altrove e i 133 ettari, già infrastrutturati e dotati di ogni servizio quali rete elettrica, acqua e gas, strade interne e anche un collegamento ferroviario, possono essere restituiti alle comunità del territorio. Di qui l’invito ai Sindaci, ai parlamentari e alle consigliere e consiglieri regionali a partecipare alla manifestazione del 2 giugno per rilanciare il progetto della smilitarizzazione di una struttura che per la sua ampiezza e per la sua posizione logistica può essere utilizzata per la protezione civile nonché per scopi produttivi, sociali e culturali, e contribuire così a risollevare un territorio soggetto ad una pesante crisi economica e occupazionale e ad un progressivo processo di spopolamento".
Coordinamento Disarmare la Pace Disertare la guerra
Info: 347 8859019 – mariopizzola@gmail.com
Nessun commento:
Posta un commento