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venerdì 20 maggio 2022

ROMA: PRESENTATO OGGI “QUANDO GIOVANNI DIVENTO’ FALCONE” DI GIROLAMO LO VERSO. PRESENTE PIETRO GRASSO CHE SPIEGA LA MAFIA AI RAGAZZI DI UNA SCUOLA MEDIA

VIDEOROMA - E' stato presentato questa mattina all’ Auditorium di Piazza Adriana, in occasione del trentennale della strage di Capaci, “Quando Giovanni diventò Falcone” (PandiLettere ed.) di Girolamo Lo Verso.Presenti all’incontro, moderato da Viviana Langher, Pietro Grasso, già presidente del Senato e procuratore nazionale antimafia, Gigi Clemente, regista del documentario “Chiedi chi era Giovanni Falcone” in onda il 20 maggio su RaiTre, Filippo Pergola, direttore della Scuola di PolisAnalisi, Lara Di Carlo, editrice di PandiLettere e l’attrice Tiziana Narciso che ha letto alcune pagine del libro.Battute di pesca spensierate, discussioni serali sulla Sicilia, il mare, i libri, la vita.

Quella tra Girolamo Lo Verso e Giovanni Falcone è un’amicizia che inizia prima del Pool antimafia. Prima della vita blindata alla Procura di Palermo. Inizia negli anni Settanta quando il giudice più famoso al mondo era semplicemente Giovanni, un instancabile nuotatore in servizio al Tribunale di Trapani. E l’autore semplicemente Girolamo, uno psicoterapeuta appassionato esploratore e pescatore subacqueo. Ricordi privati, custoditi con cura per molti anni dal professor Lo Verso, che vengono ora condivisi per diventare patrimonio di conoscenza condivisa ma, soprattutto, stimolo di riflessione sulla storia di Falcone, della Sicilia e dell’antimafia a trent’anni dalle Stragi del ‘92. “Avrei dovuto scrivere questo libro dopo la morte di Falcone. Non lo feci per pudore”, spiega Lo Verso. “Oggi i tempi sono maturi per ricordare che Giovanni era un uomo, non un eroe. Chi l’ha ucciso gli ha rubato la vita perché credeva nella giustizia”.

 


 


“Ho apprezzato molto il libro di Lo Verso perché ci mostra il lato umano di Giovanni, un uomo che amava la vita, la buona cucina, il whisky”, dichiara il Senatore Grasso rivolgendosi agli alunni dell’IC Virgilio di Roma intervenuti alla presentazione dopo aver affrontato durante l’anno un percorso sulla legalità. “Ragazzi, non fatevi impressionare dalle immagini di Capaci. La Mafia ha fatto un cattivo affare uccidendo Falcone perché il Paese quel giorno si svegliò dal torpore e lo Stato ebbe una reazione. La sua morte non è stata vana. Falcone oggi è vivo più che mai”. Dove si trovava quando Falcone fu ucciso? chiede una ragazza della 3B. “Sarei dovuto partire per Palermo con lui perché lavoravamo insieme al Ministero della Giustizia e mi dava sempre un passaggio sul suo aereo per tornare a casa il fine settimana. Il venerdì, però, mi avvisò che la moglie aveva avuto un impegno di lavoro e doveva rimandare la partenza. Così partii da solo. Se lo avessi aspettato sarei rimasto coinvolto nell’attentato. Ho appreso la notizia mentre mi trovavo a casa. I ragazzi della mia scorta avevano sentito alle radio di servizio le prime notizie. Sapevano che era saltata in aria l’autostrada, ma che Falcone era ancora vivo. Mi precipitai al Pronto soccorso. Arrivò anche Paolo Borsellino che corse dentro. Quando uscì dalla sua faccia capii che non c’era più nulla da fare. Quando tornai a casa mia moglie mi disse che Francesca le aveva confessato tempo prima che, in caso di attentato, avrebbe preferito morire con Giovanni”.


Uno dei capitoli del libro “Quando Giovanni diventò Falcone” è dedicato proprio alle due mogli del giudice, Rita Bonnici e Francesca Morvillo. “Sono state due donne che Giovanni ha amato moltissimo, ma molto diverse tra loro”, confida Lo Verso che aveva iniziato a frequentare il magistrato proprio attraverso la prima moglie. “Entrambe erano belle, femminili e determinate. Rita è bruna, molto siciliana. Piena di vita, affettuosa e premurosa. Grande cuoca appassionata del vivere e della sua professione. Francesca, invece, chiara di carnagione e di capelli, era accogliente, gentile, tranquilla e piena di modestia.  Probabilmente la Mafia volle uccidere anche lei perché riteneva che fosse a conoscenza di tante cose. Giovanni faceva di tutto per proteggerla. Anche costringendola a una vita da separati. Perché la vita a Palermo non era come a Trapani”.


Prima di congedarsi il Senatore Grasso tira fuori dalla tasca un accendino: “Me lo diede Giovanni quando decise di smettere di fumare. Da quando è morto lo tengo sempre con me. La fiamma mi ricorda il suo sguardo. Mi dà la forza di andare avanti”.

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