---ULTIM'ORA NAZIONALI

ULTIME NOTIZIE - 'Quarantena ridotta a scuola'. Eventi sempre più aperti- Gli artisti: 'Siamo allo stremo. Capienza al 100% per i live'- Gli statali di nuovo in ufficio. Allo sportello dal 15 ottobre- Brusaferro: 'Curva in calo tranne nella fascia 0-9 anni'- Alitalia, Manifestanti bloccano autostrada Roma-Fiumicino - 'G20 sull'Afghanistan, evitare catastrofe'-

news

PRIMO PIANO

"GANDIN, AVEZZANO HA RESO ONORE AL SUO EROE"

AVEZZANO - " Solenne riconoscimento di Comune e Unuci al generale trucidato dai tedeschi.Atmosfera di grande commozione nel giorno del ...

VIDEO IN PRIMO PIANO - CENTROABRUZZONEWS

CANALE DIRETTA STREAMING - CORDESCA 2021 FINALE

martedì 24 agosto 2021

FESTA PATRONALE IN ONORE DI SAN FELICIANO MARTIRE AD INTRODACQUA

INTRODACQUA - Si è celebrato ad Introdacqua San Feliciano martire patrono del paese e Sant’Antonio di Padova .La "Festa di San Feliciano" è uno degli eventi piu' attesi in programma nel Comune di Introdacqua, in Valle Peligna.Quest'anno, per via delle restrizioni dovute al covid, le processioni si sono svolte in misura ridotta e non come negli anni pre-covid.Nelle tre giornate di preghiera, il santo rosario e la solenne celebrazione della messa.Il programma civile si è svolto con la proiezione di un film all'aperto, l' esibizione di Marco Formichetti Quartet e ieri in chiusura delle festivita' il concerto del Sesto Senso.Al termine lo spettacolo dei fuochi pirotecnici ha chiuso le festività nel centro peligno.









LA STORIA DI SAN FELICIANO MARTIRE, PROTETTORE DI INTRODACQUA 

Volgeva l’anno 1755 e sul trono di Napoli sedeva ancora Carlo III di Borbone, sul soglio pontificio Papa Benedetto XIV e aveva il dominio della Terra di Introdacqua il Marchese D. Nicola Maria Trasmondi. Introdacqua aveva allora Cappelle, Benefici e quattro Confraternite assai prospere e fiorenti; ma superava tutte per numero di aderenti, per organizzazione e per floridezza economica la Confraternita del SS. Sacramento (non più esistente). Ora, fu proprio questa Confraternita (comunemente detta Congregazione di Cristo) che ebbe e maturò l’idea di dotare il paese di un nuovo Protettore, ricorrendo alla consuetudine di prelevare da una delle numerose Catacombe esistenti a Roma e poi trasportare in paese le ossa di un Martire, sia pure ignoto, ma ugualmente venerabile, per la testimonianza (martirion) resa a Cristo e alla sua dottrina affrontando la morte o almeno le sofferenze inflittegli da coloro che odiavano Cristo e la sua Chiesa. (...) Non riportiamo i particolari delle pratiche espletate per ottenere dai competenti uffici vaticani la necessaria autorizzazione ai tempi di Papa Benedetto XIV. Diciamo soltanto che furono lunghe, difficili e dispendiose; che dopo molto attendere si ottenne alfine la chiesta autorizzazione di rimuovere dalle Catacombe Ponziane (poste fuori Porta Borghese, lungo la Via Portuense) le ossa desiderate e di trasportarle a Introdacqua.

Dopo il paziente e lungo lavoro della loro ricomposizione, affidato ad un Collegio di Suore, introdotte in una rozza cassa di legno e assicurate sul dorso di un cavallo furono avviate, per la Via Valeria, verso Introdacqua. Al termine del terzo giorno di un viaggio lungo e faticoso, consapevoli dell’arrivo, il Clero, con a capo l’Arc. D. Panfilo Ferri, i Rettori dell’Università, le Confraternite, e una turba innumerevole di fedeli, accorsi anche dai paesi vicini, si riversavano su quella Via Marsicana che proveniente da Pettorano piegava verso Tassito Piccolo, scendeva nel fondo Valle del Sagittario e raggiungeva gli Agorelli. Secondo la tradizione, solenni furono i festeggiamenti predisposti per salutare ed onorare il Martire, durati parecchi giorni, durante i quali la popolazione non cessò un istante di riversarsi nella Chiesa parrocchiale per genuflettersi devota davanti alle sacre spoglie alle quali era stato imposto il bel nome augurale di Feliciano. Così, nel 1755, penetrava e si affermava nel paese anche la devozione e il culto per S. Feliciano, eletto Protettore in luogo di S. Antonio, divenuto comprotettore: devozione che divenne sempre più viva e costante da indurre Giovanni e Gennaro Di Mascio ad erigere al Martire, di propria iniziativa, un altare marmoreo in luogo di quello esistente nella Cappella della nobile famiglia Florini, dedicato a S. Nicola di Bari.

Sebbene non canonicamente dichiarato Santo, sempre però venerato ed onorato è stato il S. Feliciano di Introdacqua tra gli altri nove registrati nel Martirologio cristiano; e i più son- tuosi festeggiamenti sono stati sempre a lui riservati i quali hanno sempre richiamato in paese turbe di devoti, attratti anche dal paesaggio suggestivo, dalla mitezza del clima, dalla freschezza delle acque, dalla bontà del vino e dei prosciutti e dalla tradizionale ospitalità dei suoi abitanti.Una volta la festa si celebrava il nove di giugno, all’epoca del ritorno dalla Campagna romana dei contadini che colà si recavano a scopo di lavoro; in seguito, la festa si celebrò, come si celebra tuttora, alla fine di agosto. Alla festa di S. Feliciano si associa spesso quella di S. Antonio di Padova, antico Protettore.

Gaetano Susi

(da: Introdacqua nella storia e nella tradizione, 1970 e 1994)

SAN FELICIANO A ROCCACERRO

Il popolo di lntrodacqua voleva le reliquie di un santo da venerare in paese. Quando il Vescovo di Sulmona (nel 1755) autorizzò finalmente l’Arciprete di lntrodacqua a inviare una delegazione a Roma per riportare in paese il corpo santo di un martire della Chiesa, grande fu l’emozione per tutti i credenti.La voce corse di casa in casa, volò fino alle ultime case del castello e, veloce come il suono di una campana, giunse a tutte le case di campagna. In tutte le messe della domenica ci fu la conferma ufficiale della notizia.Si costituì immediatamente una comitato per accogliere degnamente l’arrivo delle reliquie e preparare i festeggiamenti per questo evento tanto atteso.Si formò un gruppo di sei uomini, tutti giovani e robusti, che si sarebbero recati a Roma, per prendere in consegna il santo e si raccolsero fondi per le spese di viaggio e l’acquisto di un’urna.Il corpo del martire era sepolto nelle catacombe; era stato un guerriero romano, che aveva rifiutato di bruciare l’incenso dinanzi alla statua dell’imperatore, perché per un cristiano tale atto di devozione era riservato solo a Dio.Questo giovane romano era stato pagano fino a vent’anni, ma poi aveva conosciuto la nuova religione e si era fatto cristiano. Con quel rifiuto sapeva a che cosa sarebbe andato incontro, ma volle dare una testimonianza della sua fede e patì il martirio.Si chiamava Feliciano e questo nome fu di buon auspicio per tutta la cittadinanza; col suo arrivo ci sarebbe stata nel paese tanta felicità e serenità.

Da allora tanti neonati furono battezzati col nome di Feliciano, Felice, Felicetta, Felicia, Anna Felicia, in segno di devozione e di omaggio verso il nuovo protettore del paese. Il gruppo dei giovani introdacquesi partì per Roma col salvacondotto del Vescovo e l’indirizzo preciso dove recarsi. Quando attraversarono la frontiera dello Stato Pontificio non ebbero problemi ed il viaggio si svolse con i migliori auspici. Molti di essi già conoscevano la strada, perché più di una volta erano andati a lavorare nella campagna romana. Questa volta però non andavano a piedi; avevano il corredo di tre mule e, forse per questo, la strada sembrò più breve.Roma era allora una città piccola; al massimo, duecentomila abitanti, tutta raccolta entro le vecchie mura. Questi pellegrini trovarono presto la Chiesa, dove giaceva il corpo del Martire e, nel giro di poche ore, ricevettero in consegna la sacra reliquia.Che emozione per quei giovani montanari! Avevano ora con loro il corpo di un santo, il corpo di un uomo, che aveva testimoniato il suo credo ed aveva pagato questo atto con la vita.Le sante reliquie furono lavate, asciugate accuratamente, deposte in una grande cassa sopra una coperta di raso.Con questa nobile compagnia, ripartirono tappa tappa per il paese. Quando giunsero sopra Tagliacozzo, quei giovanotti erano molto stanchi e si misero a dormire per terra sotto un gruppo di alberi di faggio. Accanto a loro avevano deposto la cassa contenente l’urna tra i sassi e il falasco.Probabilmente la cassa fu appoggiata male, perchè improvvisamente scivolo giù per il pendio verso Roccacerro.

Gli abitanti di questo paesino, quando seppero dell’accaduto e vennero a conoscenza della presenza della preziosa reliquia, pensarono che fosse un segno del destino e che il santo aveva manifestato l’intenzione di fermarsi lì, per restare con loro. Era difficile convincerli che si era trattato di un incidente, che l’erba bagnata aveva facilitato lo spostamento della cassa e la sua precipitosa caduta. Mentre gli abitanti del villaggio insistevano perchè i viandanti lasciassero lì San Feliciano, improvvisamente si sentì salire dall’uma una voce possente che disse:

«I’ nen so’ ne’ de Rome ne' de Bare,

nen so’ de Tévule né de Roccacerre;

i’ so’ Feliciane de ‘Ntredacque,

quile è lu mio paese e loche adienca i’».

Ci fu sconcerto tra tutti i presenti. Gli abitanti di Roccacerro si misero in ginocchio e pregarono a lungo il santo. Poi rifornirono quei giovani di ogni ben di Dio e li accompagnarono in processione fino alle ultime case del paese. Ci sono altre versioni di questa storia ed altri versi.In una si dice: Gli abitanti di Roccacerro si accorsero che alcuni uomini portavano le reliquie di un santo e volevano prenderle, per venerarle nel loro paese, ma il santo eslamò:

Oh, chesse de Roccacierre,

nen v’ affaccete;

passe lu cuorpe sante,

nen lu vedete.

I’ non so’ de Roccacierre

ne' de Crapacotte;

i so’ a ‘Ntredacqua belle

destenate’.

Questa è la tradizione.

Berardino Ferri

(da: Antiche preghiere e tradizioni religiose, 1998)

L’ULTIMO MIRACOLO

Si sapeva che i tedeschi, prima di ritirarsi, avrebbero fatto "terra bruciata" agli invasori. Avevano distrutto Roccaraso, minato casolari di campagna, fatto saltare ponti e tratti di ferrovia. Il "Gran Ponte d’Italia", vanto della ingegneria civile-ferroviaria, che collegava Anversa a Bugnara, era un cumulo di macerie; la centrale elettrica di Anversa era crollata, bloccando il traffico ferroviario tra Roma e Sulmona e il Sagittario era tornato a rumoreggiare nel suo vecchio tortuoso percorso. A Introdacqua non era accaduto ancora nulla di grave ed irreparabile, e si sperava nell’aiuto del protettore. Ma un giorno un gruppo di soldati tedeschi, fece saltare la centralina elettrica, che stava accanto al mulino, e il deposito dell’acqua: la piccola torretta, in pietra bianca, costruita all’ombra della torre per alimentare la rete idrica del paese. Grazie a Dio, non ci furono vittime, non ci furono feriti e nessuno degli uomini validi fu portato via.

I camion militari tedeschi giravano e giravano vorticosamente lungo l’anello: viale Fiume, via San Rocco, Piazza Cavour, via Generale Pronio, viale Tripoli; i soldati caricavano le vettovaglie entro enormi casse di legno e portavano via tavoli e mobili di pregio, che avevano prelevato nei paesi sgomberati. Furono raccolte e portate via, con gran sollievo di tutta la popolazione, le mine che erano ammonticchiate vicino alla cava di zi Betto, dove l’acqua, che scende dalla Plaia, forma ancora oggi una cascatella spumeggiante. Quando gli ultimi sidecar, con due soldati a bordo, in pieno assetto di guerra, completarono il giro dell’anello e la trave che stava al calvario, come barriera, rimase rizzata, a mo’ di resa, fu chiaro che i tedeschi erano partiti. Era una finta? Sarebbero tornati? La gente era diffidente e guardava attraverso le finestre socchiuse l’andirivieni delle macchine e i giochi dei bambini.Intanto i fontanini erano secchi e le luci spente; si era entrati nel pieno del disagio e del bisogno.Che i tedeschi fossero partiti per sempre non era certo ed intanto gli "alleati" non erano ancora arrivati. Voci allarmate parlavano di scontri al Piano della Maddalena. Era un momento di timore, di diffidenza, di paura. Il rumore di un aereo suscitava paure mai sopite di mitragliamenti, di bombardamenti e tutto scarseggiava. La gente, timorosa, si studiava, si interrogava a mezza voce, aspettava un cenno, una notizia, una certezza, di cui erano avare le fonti della radio che, tra l’altro, non poteva funzionare senza corrente elettrica. Di giornali neanche a parlarne.Ma ecco che improvvisamente le campane suonarono a festa e la gente corse alla Chiesa: era la festa di San Feliciano, del protettore del paese, che era stato risparmiato dallo sfollamento, dai bombardamenti, dalle rovine, dagli eccidi, pur trovandosi a ridosso delle linee nemiche. Il peggio era passato!Don Manfredi Carfagnini quel giorno celebrò una messa solenne con tutta la magnificenza possibile; fece il panegirico al Santo Protettore con tutto il fervore di cui era capace e non mancò di sottolineare che quel santo, tante volte invocato durante la guerra per la salute e la salvezza dei suoi figli e del paese, aveva fatto il grande miracolo di proteggere il paese dalla catastrofe e dalle rovine. Era il 9 giugno del 1944 e molti quel giorno gridarono al miracolo!

Berardino Ferri

(da: Antiche preghiere e tradizioni religiose, 1998)



Nessun commento:

Posta un commento

VIDEO IN PRIMO PIANO :