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martedì 15 novembre 2011

"IL VOLTO SCOPERTO" DI MARIO SETTA, SABATO LA PRESENTAZIONE

SULMONA – “Il volto scoperto”. E’ il titolo del libro autobiografico scritto da Mario Setta, docente  in congedo, considerato, insieme a Pasquale Iannamorelli e Raffaele Garofalo, i "preti operai", seguaci della scuola di don Milani, innovativi e, seppur stimatori del rinnovamento che Giovanni XXIII aveva cercato di avviare negli anni '60, furono avversati dal conservatorismo della chiesa cattolica, al punto che persero ognuno la propria parrocchia. L’opera del fondatore del Freedomtrail del liceo scientifico sarà presentato sabato 19 novembre alle ore 18.00 nell’agenzia per la promozione culturale a Sulmona. E' prevista la presenza della nipote dell'autore, Monica Setta, nota giornalista. Un libro, testimonianza di
un contrasto culturale ancora oggi non del tutto risolto.
Tratto dal libro. Primo capitolo "L'ultima messa".  E’ la lettera con cui don Mario Setta salutò i suoi parrocchiani, allorché i suoi superiori gli avevano sottratto la parrocchia. Era la domenica delle Palme del 1974 e vennero perfino i carabinieri per verificare l'insediamento del nuovo parroco.
 "Tra voi ho vissuto situazioni drammatiche che hanno lasciato segni incancellabili nella mia vita, hanno scavato profondamente il mio cuore. Ma ho imparato ad avere fiducia negli uomini, in ogni uomo. Non esistono nemici, perché i nemici ce li creiamo noi. Gli altri sono sempre possibili amici o fratelli. Ho imparato che la fede deve essere vissuta e incarnata in se stessi, non ridotta a bagaglio di parole, che si può lasciare dovunque, senza mai rimetterci del proprio. E credere significa essere liberi: liberi dalle certezze, liberi dal denaro, liberi dalle sicurezze, liberi da ogni dogmatismo ideologico. La più grande lacerazione che ho vissuto in questi anni è stata la ricerca di una risposta al dilemma che mi dilaniava: o la gente o l'istituzione. Ho scelto la gente. Scelgo voi: gli uomini che lavorano, che si sacrificano, che vivono la precarietà della giornata. Con mio profondo rammarico ho constatato quanto l'organizzazione ecclesiastica sia lontana dal popolo, spesso strumento di oppressione. Non odio gli uomini dell'istituzione: non odio il vescovo, non odio i preti. Li amo. Sono miei fratelli. Sono vostri fratelli che vivono, inconsapevolmente, sulla propria carne, una grande tragedia: nello stesso tempo vittime e carnefici, oppressi e oppressori. Credevo e mi sforzavo di fare della case del prete la casa di tutti, della mia vita di prete una vita per gli altri. Mi avevano insegnato che il prete era chiamato a diventare un “uomo-mangiato”, divorato dagli altri, secondo la definizione di un santo-sacerdote, padre Chevrier. In pratica ho constatato il contrario: è il prete che divora gli altri. Forse sarò stato un ingenuo, un illuso. Non me ne pento. Continuerò a lottare per una società più giusta, più fraterna, convinto come sono che la vita abbia senso solo se donata”.

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centroabruzzonews : SULMONA

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