La prima domanda che mi sono posto non è stata: “Quali occhiali potrebbero funzionare?”
Mi sono chiesto: “Se Don The Fuller fosse un occhiale, che carattere avrebbe?”Perché disegnare una collezione per un brand non significa prendere un nome e applicarlo su una montatura. Significa entrare nel suo mondo, comprenderne il linguaggio, riconoscerne l’attitudine e trasformare tutto questo in forme, proporzioni, materiali e dettagli.
Qual è il carattere che hai riconosciuto in Don The Fuller?
Don The Fuller possiede un’identità forte, contemporanea e libera. È un brand che non cerca l’approvazione e non rincorre ciò che esiste già.
Il mio lavoro è stato tradurre questa personalità in un oggetto da indossare sul volto, cercando un equilibrio molto preciso: creare occhiali riconoscibili, ma mai costruiti per stupire a tutti i costi.
Credo che la vera identità non abbia bisogno di gridare per essere riconosciuta.
Che cosa rappresenta per te un occhiale?
Per me un occhiale non è un accessorio che arriva alla fine di un look.
Molto spesso è la prima cosa che si vede.
Può cambiare l’espressione di un volto, modificarne l’equilibrio e raccontare qualcosa della persona ancora prima che parli.
Per questo, nel disegnare la collezione, sono partito dalle proporzioni prima ancora che dallo stile.
La collezione nasce attraverso tre forme differenti. Come le hai immaginate?
Ho disegnato tre forme, tre caratteri diversi, uniti dalla stessa identità progettuale.
La prima è rotonda, ma non nostalgica. Riprende una geometria iconica e la porta in una dimensione più contemporanea, attraverso volumi presenti, linee pulite e un equilibrio studiato tra morbidezza e decisione.
La seconda è più ampia e avvolgente. Ha una forma morbida, importante, capace di occupare il volto senza dominarlo. È pensata per chi cerca presenza, non ostentazione.
La terza è rettangolare, più netta e rigorosa. Le linee diventano decise, il disegno più grafico e l’espressione più determinata. È probabilmente la forma più immediata, ma conserva la stessa attenzione alle proporzioni e alla vestibilità delle altre due.
Non volevo realizzare tre modelli semplicemente diversi.
Volevo creare tre modi differenti di esprimere lo stesso carattere.
C’è un elemento che unisce visivamente tutta la collezione?
Sì. Uno degli elementi su cui ho lavorato maggiormente è il sottile ponte superiore in metallo, che attraversa il frontale e mette visivamente in relazione le due lenti.
Non l’ho pensato come un ornamento.
Per me è una linea sospesa, quasi un tratto di matita rimasto visibile dopo il disegno.
Crea un contrasto tra la consistenza dell’acetato e la precisione del metallo, alleggerisce il frontale e diventa il segno comune dell’intera collezione.
È un dettaglio che non cerca immediatamente l’attenzione, ma che rende l’occhiale riconoscibile.
Perché credo che il design migliore non sia quello che mostra tutto al primo sguardo.
È quello che continua a farsi scoprire.
Hai dedicato molta attenzione anche al disegno delle aste. Perché?
Perché un occhiale non deve avere identità soltanto quando viene osservato frontalmente.
Deve essere riconoscibile anche di lato, mentre viene indossato, mentre la persona si muove e quando la luce attraversa il materiale.
Ho voluto aste importanti nella parte iniziale, con una superficie capace di dare forza al profilo dell’occhiale, per poi accompagnarle verso un assottigliamento progressivo e naturale.
Anche il logo Don The Fuller, impresso in oro, entra nel disegno senza interromperlo.
Non è un elemento aggiunto alla fine, ma fa parte dell’equilibrio complessivo e dialoga con il dettaglio metallico presente sul frontale.
La collezione è proposta in tre varianti cromatiche: nero, tartaruga scura e tartaruga satinata. Che cosa raccontano?
Non considero questi colori delle semplici varianti.
Sono tre modi differenti di leggere lo stesso disegno.
Il nero è essenziale, deciso, quasi assoluto. Elimina ogni distrazione e lascia parlare la forma. Trasforma la montatura in un segno grafico netto sul volto.
La tartaruga scura è più profonda e mutevole. A una prima osservazione appare elegante e composta, ma quando incontra la luce rivela riflessi ambrati, trasparenze e sfumature capaci di rendere ogni prospettiva diversa.
La tartaruga satinata rappresenta invece la parte più materica della collezione. La finitura riduce la brillantezza tradizionale e restituisce una superficie più calda, contemporanea e quasi tattile.
Se dovessi raccontarli in poche parole, direi:
Il nero racconta la forma.
La tartaruga scura racconta la luce.
La tartaruga satinata racconta la materia.
Qual è stata la sfida più importante nella progettazione?
Trovare il giusto equilibrio tra carattere e portabilità.
Perché un occhiale può essere audace senza essere eccessivo. Può avere presenza senza diventare pesante. Può essere riconoscibile senza avere bisogno di gridare.
La sfida più interessante è stata portare il carattere di Don The Fuller nell’occhialeria senza trasformare il progetto in una semplice operazione d’immagine.
Volevo disegnare qualcosa che appartenesse realmente al brand, ma che avesse anche una propria identità progettuale.
Che cosa vorresti che una persona provasse indossando uno di questi occhiali?
Non volevo creare un occhiale che si limitasse a vestire il volto.
Volevo disegnare un oggetto capace di cambiare espressione insieme alla luce e carattere insieme alla persona che lo indossa.
Perché, alla fine, un occhiale non dovrebbe mai nascondere chi siamo.
Dovrebbe permetterci di mostrarlo con più forza".


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