La riflessione del Vescovo: «Recuperare la teologia del calice»
A chiarire l’intuizione all'origine di questa insolita mattinata è stato il vescovo di Sulmona-Valva, monsignor Michele Fusco, che aprendo i lavori ha sottolineato la necessità di colmare un piccolo vuoto nella sensibilità comune dei fedeli:
> «Certamente molti si sono un po' stupiti della tematica o della modalità con cui viviamo questa esperienza. Nella commissione preparatoria del Congresso Eucaristico ci siamo resi conto che tante volte ci concentriamo quasi esclusivamente sul pane: pensiamo all'ostia, all'adorazione eucaristica che rimanda costantemente al pane, lasciando in ombra il vino, complice anche la prassi liturgica che rende più complessa la comunione sotto le due specie. Eppure il vino attraversa per intero la Sacra Scrittura. Abbiamo voluto questo momento per sostare e riflettere su questo dono: come alimento, come cultura della terra e come veicolo di una profonda spiritualità».
Una prossimità pastorale che monsignor Fusco ha voluto incarnare «in mezzo alla gente», ribadendo come fede ed esperienza quotidiana non siano mondi contrapposti, ma vasi comunicanti.
Tra evidenza medica e convivialità: la voce della scienza
A tracciare i confini tra mitologia salutistica e rigore scientifico è intervenuto il dottor Antonio Pacella, medico specialista in Scienze dell’Alimentazione e Diabetologia. Con un passato di ricerca sugli effetti biologici del vino al Policlinico Umberto I di Roma, Pacella ha messo subito in guardia dalle mode effimere e dagli alibi: «Non dobbiamo cercare una veste medica per giustificare il piacere di un calice. La scienza ci ricorda con chiarezza che in termini di prevenzione oncologica e cardiovascolare non esiste un “rischio zero” legato all’alcol, e il celebre “paradosso francese” rispondeva più a logiche commerciali che a certezze cliniche».
Tuttavia, demonizzare l’alimento sarebbe un errore storico e antropologico. «Il vino, insieme al pane e all’olio, compone la storica triade mediterranea: cibi che per secoli hanno garantito sostentamento e calorie in tempi di fatica e scarsità. Oggi viviamo in una società ipernutrita che rischia di perdere il valore relazionale della tavola. Come ricordava Feuerbach, siamo ciò che mangiamo, ma siamo anche ciò che scegliamo di non mangiare per ossessione o disinformazione. Il vino va ricondotto alla sua vera natura: una bevanda di piacere, convivialità e cultura familiare. La vera salute risiede nell’equilibrio e nella consapevolezza, respingendo ogni forma di abuso e dipendenza che annulla la persona».
La catechesi dei quattro calici: dal banchetto ebraico al Calvario
Il cuore biblico ed esperienziale della giornata è stato affidato a monsignor Martino Signoretto, biblista, docente di Sacra Scrittura e autore veronese. Con un metodo catechetico vivo e coinvolgente, Signoretto ha guidato l'assemblea dentro la liturgia della cena pasquale ebraica, scandita tradizionalmente da quattro coppe rituali:
• Il calice del Kiddush (la separazione e il sacro): aperto con un vino frizzante, accompagnato a sorpresa da una fetta di salame. Una trasgressione pedagogica che ha richiamato il celebre sogno di san Pietro negli Atti degli Apostoli (At 10): «Dio invita Pietro a mangiare cibi considerati impuri per fargli comprendere che nulla di ciò che Dio ha creato è profano. Il cibo non contamina l’uomo; è ciò che esce dal cuore a contaminarlo. Questo primo calice separa il tempo ordinario per immetterci nello spazio sacro del rito e dell'ascolto».
• Il calice dell’Haggadah (il racconto e la memoria): celebrato con un Cerasuolo d’Abruzzo accostato al pecorino locale. Qui il biblista ha evocato l'episodio di Noè — che pianta la vigna subito dopo il diluvio come segno di riappropriazione della terra, finendo però sopraffatto dall’ebbrezza — per delineare i tre atteggiamenti dell'uomo di fronte al vino: il rifiuto moralistico, la moderazione razionale (spesso figlia di un dovere imposto) e, infine, la contemplazione. «Non abbiamo bisogno di trangugiare alcol per evadere o stordirci; dobbiamo essere “ubbriachi di senso” come gli apostoli a Pentecoste, quando la folla li credeva ebbri di mosto novello ed erano invece ricolmi di Spirito Santo».
• Il calice della Berakah (la benedizione e l'Eucaristia): un rosso strutturato ha fatto da sfondo all’Ultima Cena. È il calice citato da san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi. «Gesù non ha affidato il compendio della propria missione a un lungo trattato teorico, ma a due elementi primari della tavola: il pane e il vino. Ha creato un “segno” universale e replicabile. Dicendo “questo è il mio sangue versato”, Cristo strappa il sacrificio dall'esteriorità del tempio di pietra e lo pianta dentro l'intimità dell'uomo: noi diventiamo ciò di cui ci nutriamo, tempio vivo della Sua carità».
• Il calice dell’Hallel (il compimento pasquale): l'ultimo assaggio, abbinato a un piatto a base di uova preparato con l'aiuto delle religiose originarie del Burundi presenti nella comunità diocesana. «L'uovo — ha ricordato Signoretto citando la tradizione dei cristiani d'Oriente — è il sepolcro che si spezza dall'interno affinché sgorghi la vita». Ed è qui che si è sciolto il paradosso del Getsemani: «“Padre, allontana da me questo calice”. Gesù non voleva la morte fine a se stessa; ma sulla croce, accostando alle labbra la spugna imbevuta di vino aspro offerta dal soldato, esclama: Consummatum est. Tutto è compiuto. Gesù ha bevuto interamente il quarto calice, assumendosi fino in fondo la responsabilità dell'amore per l'uomo».
Un alfabeto per ritrovare la comunità
Nel congedare i partecipanti, il giornalista Ennio Bellucci ha voluto tirare le fila di un evento che ha saputo fondere riflessione antropologica, salute e teologia sacramentale. Il calice cristiano, lungi dall'essere una concessione all'eccesso, si rivela come una scuola di misura, custodia e contemplazione. Un invito, nell'anno del Congresso diocesano, a riscoprire che nelle nostre assemblee — così come nelle nostre case — il gesto di spezzare il pane e benedire il vino è l'antidoto più limpido alla fretta e alla solitudine del nostro tempo".












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