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martedì 14 luglio 2026

LEGGE ELETTORALE. PEZZOPANE, PREFERENZE E PICCOLI COLLEGI PER FAR TORNARE A VOTARE. LE DONNE NON HANNO LOTTATO PER ESSERE NOMINATE

L'AQUILA - "Ottant'anni fa le donne italiane entrarono per la prima volta nelle urne. Fu una conquista che cambiò il volto della Repubblica ancora prima che la Repubblica nascesse. Quelle donne non chiedevano soltanto il diritto di votare: rivendicavano il diritto di essere cittadine a pieno titolo, di partecipare alla vita pubblica, di scegliere e di essere scelte.Per questo, proprio nell'anno in cui ricordiamo quella svolta storica, credo sia necessario interrogarsi su una questione fondamentale: possiamo davvero considerare un progresso un sistema nel quale, per entrare nelle istituzioni, una donna dipende soprattutto dalle decisioni delle segreterie dei partiti?
> Ho letto l'appello di alcune parlamentari contro la reintroduzione delle preferenze. Lo leggo con rispetto, perché in questi anni abbiamo condiviso molte battaglie trasversali per i diritti e la libertà delle donne. Ma questa volta non riesco a condividere quella posizione. Temo che, nel tentativo di evitare rischi reali, si finisca per difendere un modello che ha contribuito ad allontanare cittadini e istituzioni e che concentra troppo potere nelle mani di pochi decisori.
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> La domanda di fondo è semplice: chi deve scegliere i rappresentanti? Gli elettori oppure i vertici dei partiti?
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> Le liste bloccate hanno modificato profondamente il rapporto tra politica e cittadini. Il legame principale non è più quello tra candidato ed elettore, ma quello tra candidato e chi compila le liste. La capacità di rappresentare, il radicamento nella società e il consenso conquistato sul territorio rischiano di contare meno della posizione ottenuta nelle gerarchie interne ai partiti.
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> Questo meccanismo riguarda tutti, ma assume un significato particolare quando si parla di donne. Per decenni il movimento delle donne ha contestato sistemi basati sulla dipendenza, sulla gerarchia e sulla possibilità che qualcun altro decidesse il nostro spazio. Perché allora dovremmo considerare più avanzato un modello nel quale la legittimazione politica femminile dipende soprattutto dalla scelta di una segreteria?
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> Le donne non hanno lottato per essere nominate. Hanno lottato per poter concorrere, scegliere, convincere e rappresentare. Non hanno conquistato autonomia nella società per accettare una forma diversa di dipendenza nella politica.
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> Questo non significa ignorare le critiche rivolte alle preferenze. Il rischio di clientelismo esiste, così come quello di campagne elettorali più costose e di competizioni interne ai partiti che possono degenerare. Sono problemi seri e devono essere affrontati.
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> Ma la risposta non può essere eliminare la possibilità dei cittadini di scegliere. Le distorsioni si combattono con regole più efficaci: trasparenza dei finanziamenti, limiti alle spese elettorali, controlli rigorosi e strumenti capaci di impedire pratiche scorrette.
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> La mia stessa esperienza politica mi ha mostrato quanto sia importante il rapporto diretto tra consenso e rappresentanza. Nel 2013 fui eletta al Senato in Abruzzo, ma arrivai a quella candidatura dopo essere risultata prima nella mia provincia nelle primarie promosse dall'allora segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani. Quelle primarie rappresentarono un tentativo importante di restituire agli elettori una possibilità di scelta, compensando almeno in parte la rigidità delle liste bloccate.
>
> Da allora, però, il sistema non è migliorato nella direzione di una maggiore partecipazione. Le occasioni attraverso cui iscritti ed elettori potevano contribuire alla selezione delle candidature si sono ridotte. Anche per questo sarebbe utile interrogarsi sugli effetti concreti dei diversi modelli di selezione: la rappresentanza femminile non cresce semplicemente perché una lista viene composta dall'alto, ma quando esistono strumenti che consentono alle donne di conquistare consenso e autorevolezza.
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> C'è poi una domanda alla quale sarebbe utile rispondere. Se le preferenze sono considerate incompatibili con una buona democrazia perché favorirebbero clientelismo e costi eccessivi, perché questo problema viene sollevato soprattutto quando si parla del Parlamento nazionale?
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> Le preferenze esistono già nelle elezioni comunali, regionali e per il Parlamento europeo. Eppure i consigli regionali amministrano risorse enormi, dalla sanità ai fondi europei, e gestiscono interessi pubblici di grande rilievo. Se il rischio fosse davvero insuperabile, proprio quel livello istituzionale dovrebbe destare particolare preoccupazione.
>
> Lo stesso vale per le elezioni europee, dove i collegi sono molto ampi e le campagne elettorali richiedono un forte investimento di energie. Se il problema fossero le preferenze in sé, dovremmo mettere in discussione tutti questi sistemi. Ma questa richiesta non viene avanzata.
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> Questo suggerisce che la questione non sia la preferenza come strumento democratico, ma la qualità delle regole che la accompagnano.
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> L'esperienza della doppia preferenza di genere dimostra, inoltre, che libertà di scelta e rappresentanza femminile non sono obiettivi in contrasto. Nei comuni, nelle regioni e nel Parlamento europeo questo strumento ha contribuito ad aumentare la presenza delle donne nelle istituzioni.
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> Naturalmente anche la doppia preferenza deve essere difesa da possibili utilizzi distorti. Non può diventare un meccanismo attraverso il quale le candidature femminili vengono usate soltanto per raccogliere consenso a sostegno di candidature maschili. Sarebbe contrario allo spirito con cui è nata. Per questo servono attenzione e regole capaci di garantire una rappresentanza realmente libera ed equilibrata.
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> Nessuna legge elettorale, da sola, risolverà la sottorappresentazione femminile. Servono partiti più aperti, percorsi di formazione, condizioni che permettano alle donne di conciliare impegno pubblico, lavoro e vita privata. Serve una società nella quale il lavoro di cura sia distribuito più equamente.
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> Ma proprio perché il cammino è ancora lungo, non possiamo rinunciare a strumenti che ampliano la partecipazione.
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> Non è casuale che, mentre il rapporto tra cittadini e istituzioni si è indebolito, sia cresciuta anche la distanza dalla politica. Le donne, che per decenni sono state protagoniste della partecipazione democratica, oggi sono parte di questa crescente disaffezione, segnata da stanchezza e delusione. Ricostruire fiducia significa anche restituire alle persone la possibilità di incidere sulle scelte.
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> La democrazia paritaria non è una democrazia nella quale i partiti nominano più donne. È una democrazia nella quale più donne possono conquistare, liberamente e con regole nuove, la fiducia delle cittadine e dei cittadini.
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> La storia delle donne è la storia della conquista del diritto di scegliere: scegliere chi governa, scegliere il proprio percorso, scegliere il proprio futuro. Sarebbe un singolare paradosso se, proprio nel nome delle donne, finissimo per sostenere che essere scelte da pochi sia meglio che poter essere scelte da molti.
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> Ottant'anni fa le donne conquistarono il diritto di scegliere. Non lasciamo che oggi, proprio nel nome della rappresentanza femminile, si dimentichi il valore più profondo di quella conquista.
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> Stefania Pezzopane
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> Già parlamentare, componente Direzione Nazionale Pd

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