L'AQUILA - "Dieci anni fa approvavamo la legge sulle unioni civili. E io quella emozione la sento ancora addosso.Ero in Commissione Giustizia in sostituzione del collega Casson e seguii tutto l’iter parlamentare, fianco a fianco con la senatrice Monica Cirinnà, prima firmataria della proposta di legge che io stessa avevo firmato e sostenuto. Fu una battaglia che non era solo politica: era una battaglia umana, di dignità, di libertà, di civiltà, di amore.Ricordo la fatica, le notti infinite, gli attacchi feroci, gli insulti, le volgarità ascoltate dentro e fuori dal Parlamento. Ricordo chi evocava perversioni, chi annunciava la fine della famiglia, chi agitava paura e odio in nome di un moralismo ipocrita, spesso smentito dalle stesse vite private di chi predicava “Dio, patria e famiglia”.
Ma ricordo soprattutto un’altra cosa: la forza ostinata di chi chiedeva soltanto di essere riconosciuto. Di poter amare alla luce del sole. Di poter dire “noi” senza vergogna, senza paura, senza sentirsi cittadino di serie B.
Noi siamo andate avanti.
Abbiamo dato diritti a chi non ne aveva, senza togliere niente a nessuno. E già questo avrebbe dovuto bastare.
Non facemmo tutto quello che era necessario fare, è vero. I rapporti di forza in quella maggioranza non ci consentirono di andare oltre. Ma quella legge cambiò la vita concreta di migliaia di persone. E quando una legge restituisce dignità, protegge l’amore, riconosce esistenze fino ad allora negate, allora capisci che la politica, qualche volta, può davvero migliorare la vita delle persone.
In questi dieci anni ho celebrato tante unioni civili. E ogni volta mi sono commossa. Perché dentro quelle sale ho visto amore vero. Ho visto mani che finalmente potevano stringersi senza paura. Ho visto madri, padri, amici piangere di felicità. Ho visto persone che per anni avevano vissuto il proprio sentimento quasi chiedendo scusa al mondo, finalmente sentirsi accolte, riconosciute, legittime.
Era amore. Semplicemente amore. Grande, ostinato, spesso ferito. Ma finalmente detto ad alta voce, cantato, celebrato, protetto dalla legge e dalla civiltà.
Per questo oggi, dieci anni dopo, sento soprattutto orgoglio.
Per quella battaglia faticosa. Per non aver arretrato. Per aver scelto di stare dalla parte dei diritti, anche quando era difficile.
E a chi ancora oggi vuole negare, vietare, giudicare, dico soltanto: smettetela.
Non riuscirete più a riportare indietro il tempo. Perché quando la dignità delle persone trova finalmente riconoscimento, non c’è paura, propaganda o ipocrisia che possa cancellarla".
On Stefania Pezzopane
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