L'AQUILA - “Semmai ho provato un discreto furore. Ho pensato alle lotte, grandiose e umili, che nel corso del tempo e in ogni angolo del mondo sono state combattute sotto quell’insegna, e a chi è stato protagonista. Non i grandi della terra di cui si occupa la storia maiuscola, ma la gente comune, contadini calabresi o cinesi, soldati o operai che oggi non si chiamano più così, bianchi e neri, uomini in carne ed ossa che maneggiavano falci e martelli non come simboli ma come arnesi, intellettuali che credevano in ciò che pensavano. Hanno cercato di cambiare qualcosa del mondo e di sé stessi con una forza mai prima conosciuta. Questo patrimonio non è uno straccio di stoffa che può andare su e giù da un pennone, nessuno può immaginare che questo carico di umanità possa andare disperso senza trovare nuovi eredi.”
Le parole di Luigi Pintor sono l’invito alle future generazioni, alle giovani donne e ai giovani uomini, affinché continuino, nel segno della giustizia sociale, della solidarietà, dell’uguaglianza, del diritto al lavoro e ad un giusto salario, le lotte di chi vuole far valere i diritti di tutti e di tutte, senza schiavitù, sfruttamento, umiliazione e oppressione. Una ribellione che non è sopraffazione, ma desiderio di libertà per tutti e per tutte. Far valere i diritti sociali, infatti, come il diritto al lavoro, alla salute, all'istruzione, all'abitazione, vuol dire farsi cittadinanza attiva, vuol dire, quindi, anche mettere in pratica i principi di solidarietà ed uguaglianza sanciti dagli articoli 2 e 3 della Costituzione.
Invece, evocare, come superficialmente è stato fatto, presunte contrapposizioni dei diritti dei giovani a quelli di altri ha reso inascoltate e sottovalutate le loro ragioni, sacrificando il futuro di tutti e di tutte.
Bisogna riallacciare i fili del collegamento tra le diverse generazioni che, insieme, scelgono la democrazia, senza dimenticare il passato, perché questo è l’avvenire del nostro Paese che, per guardare al futuro, deve praticare la Costituzione.
Le giovani e i giovani ci sono, perché li abbiamo visti e sentiti trasformare i principi costituzionali in azioni quotidiane, attraverso la partecipazione attiva, il rispetto dei diritti-doveri, la solidarietà e l’educazione civica, nel voto referendario per il lavoro e la cittadinanza, prima, sugli assetti dei poteri, poi, nell’ultimo referendum. Li abbiamo visti e sentiti nelle piazze di pace denunciare il genocidio che si sta consumando in Palestina, dando sostegno all’iniziativa umanitaria della Global Sumud Flotilla; nelle lotte contro il nuovo imperialismo americano e le guerre che, oggi, per le classi dominanti, sono l’elemento che regola i rapporti tra i popoli. Li abbiamo visti e sentiti, nelle piazze di denuncia della crisi climatica, esprimere una preoccupazione collettiva per la vulnerabilità del mondo al cambiamento climatico e per le nuove disuguaglianze, marginalizzazioni e discriminazioni che il cambiamento climatico potrebbe generare, perché legato a fattori geografici, politici, sociali e storici. Tutto questo conferma quanto Engels scrisse riguardo al nostro rapporto con la natura, e cioè che “noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo”. Le nuove generazioni sono, quindi, il carburante di quella macchina che si chiama Costituzione, sono portatori di quei principi, ne chiedono fortemente l’applicazione e ne rivendicano il valore. Sono eredi e custodi della memoria di chi con tenacia e coraggio sconfisse il nazifascismo e ci consegnò la Carta Costituzionale. Oggi i giovani non sono spettatori, ma protagonisti dello spazio pubblico, vestono il corpo delle piazze e, se l’incertezza era la loro condizione di partenza, la trasformazione e il cambiamento ne sono strumento e fine. Hanno maturato la coscienza di rappresentare il cambiamento in un Paese come il nostro dove la Carta Costituzionale aveva già segnato il passo per la trasformazione, che pure tarda ad arrivare. Infatti, l’Italia si distingue per criticità strutturali che rendono difficile il passaggio alla vita adulta. L’ingresso nel mondo del lavoro resta tardivo e fragile, mentre l’autonomia economica ed abitativa si allontana. È imperante la concezione individualistica del liberismo economico a cui Bruno Corbi, padre costituente, diede la definizione “che in ultima analisi altro non è che un tentativo di giustificare e difendere, con formule dottrinarie, l’egoismo dei privilegiati. E infatti, lo stesso Calamandrei scrisse che “ogni classe, ogni categoria, deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società. A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità. Ma questo può farlo solamente la scuola, la quale è il complemento necessario al suffragio universale. Eppure, il senso dell’istruzione, fondamentale per l’emancipazione di tutte le cittadine e di tutti i cittadini, a prescindere dalle condizioni economiche di partenza, è stato rimodellato dall’ideologia del merito e del mercato che ne ha stravolto la missione di formazione e di educazione, vanificando così la sua funzione di ascensore sociale. In questa involuzione si è persa la prospettiva garantita dalla scuola pubblica, prospettiva di cui madri e padri costituenti ci hanno lasciato il significato: una formazione civica e morale che coltiva comunità consapevoli e impegnate, ben diversa dal mero strumento di produzione per formare lavoratrici, lavoratori e classi dirigenti per un mercato del lavoro senza giustizia sociale. La stessa cosa è accaduta all’università, dove il sottofinanziamento strutturale pubblico viene nascosto dietro la solita narrazione meritocratica, con l’inevitabile ricorso ai finanziamenti privati. In questo modo, studenti e studentesse, corpo docenti, ricercatrici e ricercatori sono stati colpiti da una precarietà strutturale che implica tuttora carriere frammentate e fragili e un adattamento forzato della ricerca e della cultura agli interessi che dominano il mercato, che spesso è un mercato di guerra. E se questo è ciò che accade all’istruzione e alla cultura, per il lavoro è anche peggio, se possibile. Infatti, i lavoratori e le lavoratrici combattono contro un lavoro precario, sottopagato, sovente addirittura gratuito, visto e considerato che un rimborso spese non può essere chiamato, come spesso accade, “retribuzione”. Un lavoro che sempre più spesso, peraltro, discrimina le donne in termini di opportunità e di salario. L’ISTAT, stanti i dati di febbraio 2026, ha rilevato che gli overr 50 occupati sono quasi dieci milioni e mezzo, e cioè più del doppio rispetto a febbraio 2006 e che, nello stesso arco dei vent’anni, gli occupati tra i 15 e i 34 anni sono scesi da quasi sette milioni e mezzo a poco più di cinque milioni. Il baricentro anagrafico di chi lavora, quindi, si è spostato. Sempre secondo l’ISTAT, i Neet, e cioè i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione, superano il quindici per cento del totale della popolazione giovanile. Nel mezzogiorno, poi, l’incidenza supera il ventitré per cento. L’Italia, quindi, si colloca ben al di sopra della media UE, che si attesta intorno all’undici per cento. Non si può più dire che si tratta di una minoranza pigra: sono ragazze e ragazzi costretti ad arrancare dietro un orientamento debole, bassi salari, precarietà di vita e interi territori deprivati dei servizi essenziali.
L’Italia ha bisogno di nuove politiche che favoriscano l’ingresso e la stabilizzazione delle giovani e dei giovani in un mondo del lavoro più equo, di ripensare sé stessa partendo dalla scuola e dall’Università, senza lasciare che il mercato condizioni le scelte di chi governa. Scelte che, infatti, oggi sono ancorate ad un insieme di politiche neo liberiste diventate ideologia egemone, che hanno prodotto una visione del mondo, di una morale e di un’etica secondo le quali tutte le istituzioni e le attività sociali non sono altro che elementi di un mercato finalizzato alla produzione e al consumo. La profittabilità è la giustificazione per sopprimere ogni diritto, con l’inevitabile aumento del divario tra ricchi e poveri, a livello globale e nazionale, divario che determina, da una parte, una concentrazione estrema della ricchezza nelle mani di pochi e, dall’altra, conseguenze rilevanti negative, sociali ed economiche, per i molti.
Il 1° maggio, la celebrazione delle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori per i diritti, è un’occasione anche per le ragazze e per i ragazzi per riflettere sull’importanza di connettere le tante mobilitazioni che li hanno visti difendere la pace, la democrazia, la scuola e l’università pubbliche, e il diritto ad un lavoro che sia stabile, sicuro e dignitoso. Per concludere, richiamiamo le parole di Calamandrei, “la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!”. Altro, infatti, non possiamo compiere: ricostruire un mondo nuovo, incentivando il dialogo tra diverse generazioni, mobilitarci e dimostrare che il movimento studentesco e il movimento delle lavoratrici e dei lavoratori, insieme, hanno la forza, il coraggio, la determinazione e la coerenza per avviare un cambiamento culturale serio e concreto, perché “una rivolta è, in fondo, il linguaggio di chi non viene ascoltato!”, tenendo bene a mente che è la partecipazione democratica, dentro e fuori i luoghi di lavoro, a generare la piena cittadinanza politica.
Viva le lavoratrici e i lavoratori!
Viva il 1° maggio!
Viva la CGIL!"
Il Segretario Generale della CGIL della Provincia dell’Aquila
Francesco Marrelli
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