L’estate che stiamo vivendo segna infatti, tragicamente, anche la definitiva sepoltura del negazionismo climatico nel dibattito pubblico. La domanda non può più essere se il cambiamento climatico esista, ma come stia già modificando i nostri territori e quali politiche mettere in campo per affrontarne gli effetti.
La crisi climatica produce infatti fenomeni che si alimentano reciprocamente. Il rogo del Morrone è stato innescato dalla caduta di un fulmine, un fenomeno naturale che certamente non rappresenta una novità. A cambiare sono però le condizioni nelle quali questi eventi si verificano: temporali sempre più violenti, temperature elevate e prolungate, suoli più secchi e una vegetazione maggiormente esposta alla propagazione delle fiamme. A tutto questo si accompagna una crisi idrica aggravata dalla riduzione e dalla diversa distribuzione delle precipitazioni, dalla diminuzione dell’innevamento e dalla progressiva perdita della capacità dei terreni di trattenere acqua.
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Gli incendi boschivi sono già una delle grandi emergenze ambientali del nostro Paese, ulteriormente aggravata dagli episodi dolosi, che rappresentano atti criminali e vili. Ma le conseguenze non terminano con lo spegnimento delle fiamme. La perdita del patrimonio boschivo significa distruzione degli habitat, riduzione della biodiversità, maggiore fragilità idrogeologica, perdita della capacità di assorbimento della CO₂ e dei numerosi servizi ecosistemici indispensabili alla sopravvivenza e alla qualità della vita di un territorio. Conseguenze ancora più gravi nelle aree interne e montane, già esposte a spopolamento e marginalizzazione.
Per questo oggi la politica abruzzese non può più permettersi di considerare l’ecologismo come un tema accessorio. La transizione ecologica è una necessità economica, sociale e ambientale. E il compito della sinistra è fare in modo che questa transizione diventi un’occasione di emancipazione e di nuova giustizia sociale, e non l’ennesimo spazio di speculazione per pochi scaricato sulle spalle dei molti. La transizione non è neutrale: produce effetti sulla distribuzione della ricchezza, sul lavoro, sull’accesso all’energia, sui territori e sulle possibilità delle nuove generazioni.
Sul Morrone, inoltre, la catena di comando politica e amministrativa a trazione conservatrice ha mostrato limiti e inadeguatezze che dovranno essere chiarite fino in fondo. Le responsabilità della gestione di queste settimane non possono essere rimosse insieme alla cenere. Occorrerà ricostruire con precisione cosa sia accaduto, quali ritardi si siano verificati, quali strumenti siano mancati e come rafforzare prevenzione, monitoraggio e capacità di intervento.
La cosa peggiore che potremmo fare sarebbe permettere che una sofferenza così grande resti inutile. Dal Morrone deve partire una discussione nuova sul futuro dell’Abruzzo: sulla cura dei boschi e delle montagne, sulla prevenzione degli incendi, sulla gestione dell’acqua, sulla protezione civile, sull’adattamento climatico e sulla tutela delle aree interne.
Una ferita come quella provocata dall’incendio di queste settimane non potrà essere rimarginata in pochi mesi. Ma possiamo decidere, già da oggi, che da questa ferita nasca una politica più consapevole, più competente e finalmente capace di preparare l’Abruzzo alle sfide climatiche dei prossimi decenni”.
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