Sono i Lauretani che, in tunica bianca e mozzetta verde, portano in piazza Garibaldi, dalla chiesa di Santa Maria della Tomba, la statua del Cristo Risorto, posto nell'altare allestito sotto le arcate dell’Acquedotto Svevo. Nell’antistante chiesa di San Filippo Neri, invece, è chiusa la statua di Maria Addolorata, avvolta in gramaglie. Muta nel dolore per la morte del Figlio. La leggenda che avvolge questo “magico” rito narra che i due Apostoli Pietro e Giovanni, gli stessi che il mattino di Pasqua trovano il Sepolcro vuoto, annuncino alla Vergine la Risurrezione di Cristo. Il primo a “bussare” alle porte della chiesa di San Filippo Neri è Giovanni, l’Apostolo prediletto da Gesù ma Maria,ancora sconvolta per la perdita del suo unico Figlio, non gli crede. Il secondo annuncio è affidato a Pietro, l’Apostolo che nei giorni della Passione ha rinnegato il Maestro. Ma anche Pietro non è creduto. Ma Giovanni torna comunque da Maria. Ella, sebbene ancora incredula, decide di aprire la porta e di uscire. A prestare la voce ai due simulacri, un Lauretano che fa da tramite con i confratelli che si trovano all’interno della chiesa. L’apertura di quella porta, dopo vari minuti di attesa, comincia a far
Un passo lento. Il dolore è vivo. La madre piange suo Figlio. L’incertezza dell’incedere della Madonna, cattura i cuori dei partecipanti. La statua comunque, arriva nel plateatico della piazza gremita. A sostenerla a spalla, i quattro confratelli che il lunedì santo, sono stati prescelti dal sorteggio: Fabrizio Filippo, Carmine Di Cintio, Alessandro Petaccia e Antonio Liberatore. Il passo è cadenzato dallo "struscio”: l’antica usanza devozionale di strofinare i piedi a terra. Maria, a piccoli passi, si dirige verso l’Acquedotto. I cuori cominciano a battere e l’emozione si fa sempre più strada tra le migliaia di persone che assistono all’evento fiore all’occhiello d'Abruzzo. Tra superstizioni e credenze, lacorsa della Madonna è tenuta sotto stretto controllo dai partecipanti. La tradizione e la fede popolare vogliono, infatti, che se la Madonna nel compiere la sua corsa proceda senza incidenti di percorso, l’anno che verrà, sarà positivo per la città e la natura sarà benigna nell’elargire i suoi frutti. Per questo la corsa dovrà essere lineare, senza scosse. Anche altri elementi sono importanti per trarre buoni auspici. Il volo delle colombe, ad esempio. Esse devono librarsi in aria e non volare basso, perché tutto vada bene. E ancora, il velo della statua. Se nel momento in cui cade, per lasciare il posto ai bei boccoli della Vergine, si libererà senza rimanere impigliato, il velo sarà foriero di buone notizie per la Città e non solo.
C’è ancora un dettaglio, però, da “esaminare”. Il fazzoletto che la Madonna reca nella mano destra, deve fare spazio a una rosa rossa. Se così non fosse, l’anno a venire, sarà un anno di lacrime. La corsa inizia. Un incanto. Un’emozione unica. Quello che scoppierà in piazza Garibaldi, nel giro di pochi minuti, sarà un tripudio di gioia. È all'altezza del “Fontanone" che la Madonna scorge in lontananza Cristo Risorto. In un istante Maria perde il manto del lutto che dà spazio alla speranza e, quindi, al suo abito verde. La Madre ritrova il Figlio. Il “miracolo” torna a compiersi tra gli spari dei mortaretti, le lacrime della folla e le note musicali dell’”Alleluja” di Haendel. I Lauretani, dopo la foga, si riallineano per cominciare la solenne processione.
Barbara Delle Monache
