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lunedì 9 luglio 2012

L'ULTIMO SALUTO A PINO PAPPONETTI

SULMONA - "La cultura è libertà e nessuno potrà mai togliertela". Non solo chi lo ha conosciuto sui banchi di scuola preferisce ricordarlo così, attraverso i suoi insegnamenti, come questo, ma anche chi amava conversare con lui, semplicemente incontrandolo in quel di piazza XX Settembre,  con i suoi occhiali scuri e la battuta pungente in punta di lingua, sempre pronta a dare un'intelligente pennellata realistica di quel che accadeva, della sua città di ieri e di oggi e di chi la governava. Un uomo davvero di grande cultura Pino Papponetti, un raffinato studioso  stimato da tantissime persone, che oggi non hanno voluto mancare al suo ultimo viaggio. Un lungo corteo
ha preso le mosse da Casa Capograssi, sede della Fondazione nazionale intitolata al filosofo e giurista sulmonese, istituita dal professore, in cui i figli e i familiari hanno voluto sistemare il feretro, per qualche ora. Simbolicamente. Scelta ad hoc per un uomo come lui. Prima via Innocenzo VII, poi lentamente lungo Corso Ovidio sostando brevemente davanti lo storico Liceo Classico, davanti quella statua di Ovidio che tante volte lo ha visto seduto su quel basamento. Si riprende il cammino fino all'imbocco di piazza Plebiscito, dove la bara viene portata a spalla fino alla chiesa di Santa Maria della Tomba dove Don Gilberto ha celebrato il rito funebre, ricordando, nell'omelia, in un parallelo tra morte e vita, attraverso metafore e similitudini, il suo essere filologo che grattava nel passato alla ricerca di codici che traducessero la realtà, la vita. In prima fila i figli, Ettore e Ernesto, la sorella, le nipoti e dietro una folla, gli amici di una vita, colleghi, conoscenti, ex allievi, il sindaco Federico, l'ex primo cittadino La Civita, qualche politico. Elegante e commovente cerimonia, terminata con il signorile intervento di Ilio Di Iorio, ex preside del Classico, anch'egli di grande cultura, che ha tracciato il profilo del professore. A margine della funzione, all'esterno della chiesa, mentre il carro funebre s'incamminava verso il cimitero di Sulmona, sembrava che la gente non volesse andare più via. Gruppetti si erano fermati sulle scalette, qualcuno seduto, ripetendo le sue frasi storiche,i suoi colti aneddoti, altri, i suoi coetanei, in piedi, ricordando l'infanzia, quando in via delle Concerie con i calzoncini corti si giocava alla guerra dei quartieri e lui era chiamato Il Colonnello. Emozioni e sorrisi, di quelli che nascono spontanei e si confondono con le lacrime che restano confinate  dietro gli occhiali scuri. Quasi per rispetto. Una città intera c'era oggi, per dire addio a chi ha dato tanto a questa Sulmona. g.s.
Casa Capograssi













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