La mostra presenta una selezione di 100 fotografie di Fabio Massimo Fioravanti, scattate nell'arco di circa 35 anni in Giappone, divise in 5 sezioni: spettacoli nei teatri, performance nei templi shintoisti e buddhisti, backstage e stanza dello specchio (il luogo più segreto del nō), esercizi degli attori, realizzazione delle maschere. A queste si affiancano 40 ukyo-e di Tsukioka Kogyo (esposte per la prima volta in Italia), realizzate tra il XIX e il XX secolo, e alcune maschere Nō dell'artista Keiko Udaka con alcuni costumi di scena e ventagli.
Immaginare l'invisibile vuole proporre al pubblico italiano, attraverso la fotografia e approfondimenti culturali, l'arte del teatro Nō in tutte le sue sfaccettature: una forma teatrale che non è solo teatro, ma rito e sacralità performativa, legata alla fotografia dallo stesso concetto di impermanenza.
Il teatro Nō, una delle massime espressioni dell'estetica e della sensibilità giapponesi, affonda le sue radici nei miti. È una forma drammatica composita, costituita da recitazione, musica, canto, letteratura, poesia, danza, caratterizzata da una gestualità precisa e essenziale. I protagonisti dei nō non si limitano agli umani, uomini e donne vivi o fantasmi, ma includono dei, demoni, animali sacri e persino spiriti di piante, fiori e alberi: ognuno appare sul palco per essere ascoltato e condividere l'emozione di un momento intenso del loro destino, emozione in cui lo spettatore può riconoscere empaticamente la propria esperienza. La trasmissione orale da maestro a allievi mantiene il nō vivo nella contemporaneità grazie alla costante, ma misurata evoluzione che lo caratterizza da 700 anni. Patrimonio Culturale dell'Umanità dal 2008, continua a ispirare registi, drammaturghi e performer attraverso il mondo. Il teatro nō è caratterizzato dall'essenzialità della coreografia, da un ricco simbolismo e da una profonda forza evocativa.
Le danze shimai fanno parte integrante della struttura e delle rappresentazioni dei dramma Nō, ma possono essere eseguite separatamente, in forma semplificata. In questi casi l'attore recita a viso scoperto, in kimono e hakama invece di indossare il costume completo e la maschera. Le shimai vengono eseguite su testi poetici cantati da pochi attori e chi interpreta la danza è l'unico a muoversi in scena.
Prossimi appuntamenti di approfondimento
Sabato 6 giugno: concerto di Fabrizio Valente che si esibirà con lo shakuhachi, strumento a fiato tipico giapponese.
Sabato 13 giugno: Claudia Iazzetta in conferenza: "Come un'erba che fluttua nell'acqua: Komachi e altri personaggi femminili nel teatro NŌ".
Sabato 20 giugno: finissage della mostra con una conferenza-dialogo sul teatro giapponese tra il professor Matteo Casari, docente di Storia dei Teatri in Asia, Culture performative dell'Asia dell'Università di Bologna e Fabio Massimo Fioravanti.
BIOGRAFIE
Fabio Massimo Fioravanti (Roma,1955). Dopo la laurea in Lettere Moderne, conseguita presso La Sapienza Università di Roma, inizia nel 1980 l'attività di fotografo collaborando con riviste italiane e straniere, case editrici e agenzie d'immagini. Unisce le sue due grandi passioni di vita - il viaggio e la fotografia - realizzando numerosi reportage fotografici sul Giappone, l'Asia Centrale, l'Africa del sud ed il Medio Oriente. Collabora con numerosi artisti - pittori, musicisti, scrittori, attori, performer - a progetti multidisciplinari in comune; con il J.P.A.R.C. (Japanese Performing Arts Research Consortium) di Kyōto; con la Scuola Teatro Kongō, una delle cinque Scuole in cui si tramanda il teatro nō. Nel 2020 ha vinto il Premio Internazionale della Fondazione Cesare Pavese. Sue opere si trovano in importanti Musei e Collezioni private tra cui: Museo Nazionale d'Arte Orientale "Cà Pesaro", Venezia; Biblioteca Nazionale di Grottaferrata, Roma; Fondazione De Marchis, L'Aquila; Collezione di fotografia contemporanea "In Vista", L'Aquila. Ha pubblicato vari libri fotografici tra cui: Immaginare l'invisibile, Fondazione De Marchis 2026; Kyoto Butoh-kan, Voglino Editrice 2021; Una storia quasi solo d'amore, Feltrinelli 2018; Elegia Siriana / A Syrian Elegy, CasadeiLibri Editore 2016; La Via del Noh / The Way of Noh, CasadeiLibri Editore 2014; Zuiganji: la vita dei monaci Zen, Edizioni Novale 2011; Per Alberto Moravia: luoghi e ricordi, Edizioni Empirìa 2007; Imagine Uzbekistan, Edizioni Novale 2006. È autore di numerose mostre - personali e collettive - in musei pubblici e gallerie private in Italia e in Giappone.
Dacia Maraini nasce a Fiesole (Firenze) nel 1936. Trascorre l'infanzia in Giappone, dove il padre antropologo si trasferisce con la famiglia per motivi di studio. Nel 1943 i genitori rifiutano di aderire alla Repubblica di Salò e l'intera famiglia viene deportata in un campo di concentramento nei pressi di Tokyo, dove rimane sino alla fine del conflitto. Rientrati in Italia, si stabiliscono in Sicilia presso la tenuta dei nonni materni. Raggiunta la maggiore età, dopo la separazione dei genitori, Maraini raggiunge il padre nella capitale. Nel 1957 fonda con alcuni amici la rivista letteraria «Tempo di letteratura» e inizia a collaborare con «Il Mondo», «Nuovi Argomenti» e «Paragone». Esordisce in narrativa con il romanzo La vacanza (1962), subito seguito da L'età del malessere (1963, Premio Formentor), dall'antologia poetica Crudeltà all'aria aperta (1966) e A memoria (1967). Dopo la fine del matrimonio col pittore milanese Lucio Pozzi, conosce Alberto Moravia, al quale resterà legata sino agli anni Settanta, compiendo con lui numerosissimi viaggi in Oriente e in Africa. Ritorna alla narrativa con i racconti Mio marito (1968) e i romanzi Memorie di una ladra (1972), Storia di Piera (1980), Il treno per Helsinki (1984), Isolina (1985, Premio Fregene), La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990, Premio Supercampiello) e Bagheria (1993). Quest'intensa produzione è inframezzata da alcune raccolte di poesie, fra le quali Mangiami pure (1978), Dimenticato di dimenticare (1982), Viaggiando con passo di volpe (2001) e dalle opere teatrali Il ricatto a teatro e altre commedie (1970), Dialogo di una prostituta con un suo cliente (1978), Lezioni d'amore e altre commedie (1982). Di più recente produzione sono: Buio (1999, qui presentato), La nave per Kobe (2001), Colomba (2004), Il gioco dell'universo (2007), Il treno dell'ultima notte (2008), La grande festa (2011), La bambina e il sognatore (2015), Corpo felice. Storia di donne, rivoluzioni e un figlio che se ne va (2018) e Trio. Storia di due amiche, un uomo e la peste a Messina (2020). Testimonianze dell'attività saggistica sono, tra gli altri, il saggio su Madame Bovary di Flaubert intitolato Cercando Emma (1993), il saggio sulla maternità Un clandestino a bordo (1996), La scuola ci salverà (2021) e Caro Pier Paolo (2022), ricordo dell'amico Pasolini a cent'anni dalla nascita.
Paolo Di Paolo è nato nel 1983 a Roma. Ha pubblicato i romanzi Raccontami la notte in cui sono nato (2008), Dove eravate tutti (2011 Premio Mondello e Super Premio Vittorini), Mandami tanta vita (2013 finalista Premio Strega), Una storia quasi solo d'amore (2016), Lontano dagli occhi (2019 Premio Viareggio-Rèpaci), tutti nel catalogo Feltrinelli e tradotti in diverse lingue europee. Molti suoi libri sono nati da dialoghi: con Antonio Debenedetti, Dacia Maraini, Raffaele La Capria, Antonio Tabucchi, di cui ha curato Viaggi e altri viaggi (Feltrinelli 2010), e Nanni Moretti. È autore di testi per bambini, fra cui La mucca volante (2014 finalista Premio Strega Ragazze e Ragazzi) e I Classici compagni di scuola (Feltrinelli 2021), e per il teatro. Scrive per «la Repubblica» e per «L'Espresso».


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