ROMA - "Chi mi conosce sa quanto impegno è stato profuso dalla mia persona nell'ambito della lotta contro il fumo passivo in carcere e non solo. Lotte su lotte sono state fatte contro un sistema che seppur viva una condizione estremamente particolare non può, anzi non deve non poter agire impostandosi sul contrasto alla illegalita'. Eh, si perché cosa rappresenta il mancato rispetto di una legge dello Stato se non una illegalità allo stato puro?Ricordo di quando ad Asti, sede della mia prima applicazione lavorativa in ambito carcerario, iniziai a fare sentire la mia voce sul bisogno che non avevo solo io di veder salvaguardata la salute.
Ho lottato come un leone per far valere il mio diritto a non essere vittima dei vizi altrui non ultimo quello del fumo passivo da sigaretta che trovò nella legge varata il 16 Gennaio del 2003 (La tutela dei non fumatori in Italia è regolata dall'art. 51 della Legge 16 gennaio 2003, n. 3 meglio conosciuta come Legge Sirchia, che vieta il fumo in tutti i locali chiusi, inclusi luoghi di lavoro e spazi pubblici. L'esposizione dei cartelli di divieto è obbligatoria per segnalare la normativa e le sanzioni applicabili)la chiusura di un cerchio in materia di diritto alla salute.
Sono passati aimé 23 anni da quel giorno eppure, stante quanto accaduto al povero agente leccese, in carcere si è continuato e tuttora si prosegue a fumare come se nulla fosse nel frattempo accaduto.
Fuori è cambiata la moda per cui in tutti i locali pubblici anche il più accanito dei fumatori si tiene ben lungi dal commettere l'atto improprio del fumare.
In carcere questo non sempre avviene.
Sono pochissime le direzioni infatti che hanno davvero soddisfatto l'esigenza del non fumatore ad essere rispettato in punta di diritto.
Diverse altre sono intervenute attivandosi con delle disposizioni di servizio ad hoc ma che però hanno ottenuto risultati del tutto effimeri stante l'assenza di precisi strumenti volti a soddisfare il lavoro del controllore.
D'altronde anche le leggi che regolamentano la possibilità data ai detenuti non fumatori di potersi riparare dai veleni altrui non fanno della tassatività la loro applicazione.
Il diritto alla salute dei detenuti non fumatori volto a evitare l'esposizione al fumo passivo, trova infatti fondamento nella normativa penitenziaria italiana all'art. 7 del D.P.R. 230/2000 il quale prevede che, se le condizioni logistiche lo consentono, debbano essere assicurati reparti per non fumatori. La giurisprudenza riconosce la necessità di risposte adeguate alle istanze di trasferimento in celle "no smoking".
La domanda però nasce spontanea come avrebbe detto il mitico giornalista Antonio Lubrano: e se le condizioni logistiche non lo consentono cosa si fa?
Il paradosso è incredibile non pensate?
Certo da chi scrive non potrà mai essere vantata un'interpretazione autentica ma un ragionamento logico si.
Per me quello che è riportato nella legge dice semplicemente che se ci sono posti disponibili il diritto lo si garantisce ma se non ci sono no.
Non è così che dovrebbe funzionare così come non è semplicemente facendo disposizioni che si possono ottenere risultati.
In preposti al controllo devono essere messi nelle condizioni di farlo sanzionando contestualmente l'avvenuta mancanza amministrativa scoperta.
Nelle carceri in cui ho operato non ho mai visto produrre un verbale neanche a seguito delle tante relazioni prodotte.
Tornando al rispetto della legge Sirchia nei posti di lavoro malgrado ci sia sempre stata la pretesa di vedere rispettata la mia posizione in quanto non fumatore il problema persiste in tutta la sua drammaticità.
A dir la verità per 12 anni di seguito questa esigenza non l'avevo più avvertita.
Questo fino a quando tornando dal corso per conseguire il grado di ispettore il Direttore dell'istituto dove ho prestato servizio fino a qualche tempo fa non ha voluto più trattenermi nel reparto deputato alle traduzioni bensì ricollocarmi nei meandri della detenzione. Ed è proprio rientrando nei reparti detentivi che ho potuto constatare che in dodici anni nulla era cambiato.
Nella mia carriera chi mi conosce sa che centinaia e centinaia sono state, in mancanza degli F24 deputati al conseguimento degli oboli (che non si capisce il perché ma non vengono consegnati agli Ufficiali di Polizia Giudiziaria deputati al controllo, ovvero sanzionamento per il mancato rispetto della legge ragion per cui se la rispiarmassero la giustificazione dell'inadempienza scaricando il tutto sulla Polizia Giudiziaria che non ha potuto fare il suo dovere) le relazioni prodotte.
Di quelle centinaia di relazioni però non ho mai conosciuto l'esito.
In tutti i modi ora le cose sono radicalmente cambiate.
La seconda sezione civile della Corte di Appello di Lecce ha rigettato l'appello del Ministero della Giustizia, confermando la condanna a risarcire con quasi un milione di euro la famiglia di Salvatore Antonio Monda, agente della polizia penitenziaria morto a 44 anni nel 2011, a causa di un tumore ai polmoni provocato dal fumo passivo.
Ora non si scherza più ammesso che prima lo si potesse fare.
Ora le Direzioni di tutte le carceri d'Italia e non solo di quella di Lecce o di Vasto dove attualmente svolgo la mia attività dovranno assolutamente adeguarsi ai voleri della legge in materia di fumo passivo magari iniziando col dotare il personale di F24.
Nei prossimi giorni invierò una nota alle direzioni di Abruzzo, Molise, Basilicata e Umbria per le quali ho ricevuto apposita delega dalla Segreteria Generale per capire lo stato dell'arte".
Il segretario nazionale Cnpp-Spp Mauro Nardella
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