HAOHS è una preghiera che inizia (inizia?) con un lamento: una figura spettrale si aggira tra il pubblico accompagnata solo dalla flebile luce di una candela. È il preludio all’entrata in scena di 35 attori (allievi del corso di teatro Knà), in grado di essere unica massa di un solo corpo nella parte iniziale della performance, quella cioè ambientata durante e dopo la deportazione, così come tanti corpi distinti man mano che la narrazione, riavvolgendosi, riporta i personaggi alla quotidianità.
Movimenti e sospensioni degli attori scandiscono la storia insieme al suono: alla musica, ispirata al brano Los mismos hombres di Pablo Brie, eseguita dal vivo da piano, violino e clarinetto si
contrappongono rumori guerrafondai che lasciano infine spazio agli ineluttabili versi di Wislawa Szymborska letti fuori campo da Giuliana Cianci, co-regista dello spettacolo.
HAOHS non chiede risposte solo ai protagonisti in scena bensì, soprattutto, a noi tutti. Francescomaria Di Bonaventura, l’altro sodale co-regista, sembra appunto mettere alla prova la platea interpretando tre personalità emblematiche: come ci sentiamo davanti alle parole di Adolf Eichmann sulla soluzione definitiva? Cosa proviamo ascoltando la missiva (destinatario Sigmund Freud) in cui Einstein chiede spiegazioni razionali alle atrocità? E cosa rispondiamo a Primo Levi che ci domanda "se questo è un uomo" in una versione attualizzata al nostro presente?
Ottantuno anni dopo la fine (fine?) del genocidio, HAOHS prosegue nel suo interrogarci - letteralmente - dialogando di continuo con la cronaca più che con la Storia: "potrà accadere di nuovo?" è infatti l'unico interrogativo che in scena è destinato a rimanere tale.
HAOHS è una preghiera, è vero, ma si manifesta metaforicamente nella forma di uno specchio in cui vedere noi stessi riflessi. Non è catarsi però, al contrario: ci fa sentire in colpa, ad un passo dalla resa eppure con i pugni serrati e questo spiega, forse, perché - oggi più che mai - è necessario seminare"
di Davide Big Di Giuseppe
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